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Sacchetti biodegradabili, una ricerca conferma. si biodegradano molto velocemente anche in mare


Ormai l’estate è esplosa in tutti i suoi colori e le spiagge sono stracolme di villeggianti. Purtroppo, però, quella dei vacanzieri non è l’unica invasione che colpisce le spiagge e i mari italiani che debbono infatti affrontare il grave problema dell’inquinamento.

Fra i vari agenti inquinanti di certo quelli di natura plastica possono essere annoverati fra i peggiori dal punto di vista ambientale proprio a causa del lunghissimo lasso di tempo necessario alla loro biodegradazione: una busta di plastica, ad esempio, può impiegare anche 1.000 anni prima di biodegradarsi e in questo lunghissimo periodo può causare molte vittime. Si susseguono purtroppo gli avvistamenti di carcasse di tartarughe e cetacei morti a seguito dell’ingerimento di buste di plastica confuse dagli animali per fonti alimentari.

Fortunatamente in Italia, dal primo gennaio dello scorso anno, sono stati messi al bandito i sacchetti leggeri ed ultraleggeri – quelli per la spesa tanto per intenderci – realizzati in plastica tradizionale che, infatti, sono stati sostituiti da quelli realizzati con materiale biodegradabile e compostabile.

In quanto tempo si biodegradano i sacchetti leggeri biodegradabili e compostabili in mare?

Per dare una risposta a questo quesito Novamont ha fatto realizzare degli prove di laboratorio per verificare la biodegradabilità intrinseca marina delle buste in mater-bi, la loro disgregazione in ambiente marino e l’ecotossicità rilasciata nei sedimenti per effetto della biodegradazione di sacchetti frutta/verdura realizzati in Mater-Bi.

Gli esperti incaricati hanno potuto verificare che il Mater-Bi, esposto a microorganismi marini, ha comportamenti simili ai materiali cellulosici come la carta perché è altamente biodegradabile in un periodo di test inferiore ad un anno. La biodegradazione del Mater-bi diventa più veloce quanto più diminuiscono le dimensioni delle particelle sottoposte e quindi non rilascia microplastiche persistenti poiché si biodegradano completamente in 20-30 giorni.

Per quanto riguarda le prove di disgregazione in ambiente marino è stato dimostrato che il tempo necessario per una completa sparizione dei sacchetti per frutta/verdura in Mater-Bi va dai quattro mesi a poco più di un anno,  mentre, nel medesimo lasso di tempo, i campioni di sacchetti in PE sono rimasti del tutto integri.

Da ultimo tre specie modello di organismi (alghe unicellulari denominate “Dunaliella tertiolecta”, il riccio di mare e la spigola) sono state esposte a estratti di sedimenti marini inoculati con Mater-Bi o con cellulosa, ma i test non hanno evidenziato effetti tossici negli organismi oggetto dei test.

Secondo Francesco Degli Innocenti, “Tutti i prodotti devono essere raccolti e riciclati, compresi quelli biodegradabili in Mater-Bi, che devono essere recuperati sotto forma di compost insieme ai rifiuti di cucina. Niente deve essere abbandonato né in suolo né in mare in maniera irresponsabile, perché questo crea comunque un rischio ecologico potenziale. La biodegradabilità intrinseca dei prodotti in Mater-Bi rappresenta un fattore di mitigazione del rischio ecologico che non deve diventare messaggio commerciale ma ulteriore elemento di valutazione del profilo ambientale dei prodotti biodegradabili”.

In meno di un secolo siamo passati da un pianeta vuoto ad un pianeta pieno dal punto di vista della popolazione, delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera, delle quantità di prodotti immessi sul mercato. Se vogliamo affrontare in modo serio e concreto le sfide ambientali e sociali complesse che abbiamo davanti dobbiamo ragionare in termini di valore più che di volumi, in una logica di economia circolare con al centro la qualità del suolo e dell’acqua” dichiara Catia Bastioli, amministratore delegato Novamont. “La rigenerazione di queste preziose risorse richiede di minimizzare l’uso dei prodotti e di ripensarli lungo tutto il ciclo di vita. La capacità di biodegradare in diversi ambienti è una caratteristica essenziale quando sussiste un elevato rischio di inquinamento della materia   organica, che, in un mondo pieno, va sempre trattata da una rete efficiente di impianti. Ciò permette di ridare ai suoli humus di qualità, con il duplice effetto di contrastare la perdita di   fertilità e di massimizzare il carbon sink.  Un approccio che permette al contempo di prevenire l’inquinamento delle acque, per l’80% imputabile alla cattiva gestione dei rifiuti sulla terra”, conclude Bastioli.

Per Rosalba Giugni, presidente di Marevivo, “Quello che sta accadendo al mare a causa della plastica è sotto gli occhi di tutti e occorre un impegno congiunto del mondo della ricerca e dell’impresa per fronteggiare il degrado ambientale che coinvolge l’intero Pianeta. Non dobbiamo dimenticare che l’unica strada per una crescita sostenibile è il passaggio ad un’economia circolare in cui il rifiuto diventa risorsa, ma soprattutto ricordiamo che ognuno di noi è chiamato ad un comportamento responsabile e consapevole delle conseguenze di ogni singolo gesto. Smaltire, dunque, correttamente e non disperdere alcun tipo di rifiuto nell’ambiente è un imperativo categorico”.  

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